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Roma 1922. Il fascismo e la guerra mai finita
- Autore
- Marco Mondini
- Periodo
- Storia Contemporanea
- Sotto periodo
- Fascismo
- Tema
- Storia politica
In Roma 1922. Il fascismo e la guerra mai finita, Marco Mondini propone una lettura dell’ascesa del fascismo che sposta l’attenzione dalla sola crisi politica dello Stato liberale alle conseguenze profonde e durature della Prima guerra mondiale. La Marcia su Roma dell’ottobre 1922 rappresenta il punto d’arrivo del racconto, ma non ne costituisce, in senso stretto, il vero centro. La domanda fondamentale del libro è piuttosto come una società formalmente uscita vittoriosa dal conflitto mondiale sia rimasta prigioniera della mentalità, dei linguaggi e soprattutto delle pratiche di violenza maturate durante la guerra.
La tesi di Mondini è che per comprendere la nascita e il successo del fascismo occorra considerare gli anni compresi tra il 1915 e il 1922 quasi come un continuum bellico. La guerra termina formalmente nel novembre 1918, ma una parte della società italiana continua a pensare e ad agire secondo categorie costruite durante il conflitto: amico e nemico, vittoria e tradimento, sacrificio e diserzione, patria e antipatria. Il ritorno alla pace non comporta quindi un’automatica smobilitazione culturale. Milioni di uomini tornano dal fronte in una società attraversata da tensioni economiche e sociali, mentre la violenza, dopo quattro anni di guerra di massa, ha acquisito una legittimità e una familiarità prima impensabili.
Un ruolo centrale è attribuito alla costruzione del mito della “vittoria mutilata”. L’Italia ha vinto la guerra, ma una parte significativa dell’opinione pubblica nazionalista percepisce la pace come un tradimento dei sacrifici compiuti al fronte. Questa rappresentazione alimenta risentimento verso la classe politica liberale e contribuisce a delegittimare le istituzioni parlamentari. Il combattente e il reduce vengono contrapposti al politico, percepito come incapace, opportunista o traditore.
L’impresa di Fiume assume in questo quadro un’importanza particolare. Mondini la considera non soltanto un episodio di politica estera o di nazionalismo esasperato, ma anche un laboratorio politico e simbolico nel quale sopravvivono rituali, linguaggi e comportamenti propri della guerra. L’esperienza fiumana dimostra inoltre quanto sia diventato fragile il confine fra azione politica e insurrezione armata.
Parallelamente l’Italia viene attraversata dalla paura della rivoluzione. Il Biennio rosso, gli scioperi, le occupazioni delle fabbriche e le agitazioni nelle campagne alimentano nelle classi medie e nei proprietari il timore che anche in Italia possa ripetersi una rivoluzione sul modello bolscevico. Mondini mostra però come la percezione della minaccia sia importante almeno quanto la sua reale consistenza: la “grande paura” contribuisce a giustificare progressivamente l’impiego della violenza contro socialisti, sindacalisti e organizzazioni del movimento operaio.
È in questo ambiente che lo squadrismo fascista trova lo spazio per espandersi. Le squadre non vengono presentate soltanto come organizzazioni politiche, ma come gruppi armati che trasferiscono nella lotta interna metodi, simboli e mentalità propri dell’esperienza bellica. Ex combattenti e ufficiali hanno un ruolo importante, ma Mondini evita una spiegazione semplicistica che faccia coincidere automaticamente reduci e fascisti. Piuttosto, mostra come il fascismo riesca ad appropriarsi della memoria della guerra e a presentarsi come il legittimo erede della nazione combattente.
La violenza squadrista acquista così una funzione politica precisa. Assalti alle sedi socialiste, devastazioni, aggressioni e spedizioni punitive vengono rappresentati dai fascisti e accettati da una parte dell’opinione pubblica come una forma di violenza “necessaria”, destinata a ristabilire l’ordine. È uno dei passaggi più importanti del libro: la violenza fascista può prosperare perché progressivamente cessa di essere percepita da una parte della società e degli apparati statali come una violenza illegittima.
Mondini dedica quindi particolare attenzione al comportamento dello Stato liberale, delle forze dell’ordine e dell’esercito. Il successo fascista non deriva soltanto dalla forza delle squadre, ma anche dall’incapacità – e in diversi casi dalla mancanza di volontà – delle istituzioni di opporsi efficacemente ad esse. Lo Stato conserva una superiorità militare schiacciante rispetto alle milizie fasciste, ma la sua autorità viene progressivamente erosa dalla tolleranza, dalle complicità e dalla convinzione diffusa che il fascismo possa essere utilizzato contro il movimento socialista e successivamente normalizzato.
Questo punto prepara l’interpretazione della Marcia su Roma. Mondini ridimensiona fortemente l’immagine, costruita successivamente dalla propaganda fascista, di una travolgente insurrezione militare capace di conquistare la capitale. Le squadre fasciste presentano seri limiti organizzativi e militari e difficilmente avrebbero potuto prevalere in uno scontro aperto con un esercito deciso a difendere lo Stato. Anche episodi precedenti, nei quali gli squadristi incontrarono una resistenza organizzata, ne avevano mostrato la vulnerabilità.
La conquista del potere è dunque soprattutto il risultato di una crisi politica e istituzionale. Nell’ottobre 1922 il governo Facta tenta di reagire, ma l’incertezza delle autorità e soprattutto la decisione di Vittorio Emanuele III di non procedere contro i fascisti rendono possibile il successo dell’operazione. Il 30 ottobre il re affida a Mussolini l’incarico di formare il governo.
La Marcia su Roma diventerà successivamente, attraverso la propaganda del regime, il mito fondativo della “rivoluzione fascista”. Mondini ne restituisce invece il carattere assai meno eroico: più che una vittoria militare degli squadristi, fu il risultato della resa politica delle istituzioni liberali di fronte a una minaccia che lo Stato possedeva ancora i mezzi materiali per reprimere.
La tesi centrale
Il nucleo interpretativo del libro può essere sintetizzato così:
il fascismo italiano non nasce semplicemente dalla crisi economica e politica del dopoguerra, ma dall’incapacità della società italiana di uscire culturalmente dalla Prima guerra mondiale.
La guerra ha normalizzato la violenza, radicalizzato il linguaggio politico, prodotto nuovi miti nazionali e reso plausibile l’idea che l’avversario politico possa essere trattato come un nemico da eliminare. Il fascismo riesce a raccogliere e organizzare questa eredità, trasformando la guerra esterna del 1915-1918 in una sorta di guerra interna contro gli italiani considerati estranei o ostili alla nazione.
È per questo che il sottotitolo “Il fascismo e la guerra mai finita” è la vera chiave interpretativa dell’intero volume. Una recensione accademica ha sottolineato proprio l’originalità e la coerenza di questa impostazione, osservando significativamente che Mondini arriva allo squadrismo soltanto a metà del libro: prima deve spiegare la società e la cultura politica che lo hanno reso possibile.
Struttura del volume
La costruzione del libro conferma perfettamente questa impostazione. Dopo l’introduzione “Una guerra che non è mai finita”, Mondini sviluppa otto capitoli:
1. Ritornare a lumi spenti – il ritorno dalla guerra, la celebrazione della vittoria e la nascita del mito della vittoria mutilata.
2. Il mondo alla rovescia – la permanenza della cultura della guerra e l’esperienza di Fiume.
3. La grande paura – conflitti sociali e timori rivoluzionari.
4. Le forze vive della nazione – la militarizzazione della lotta politica e l’emergere della reazione antisocialista.
5. Anatomia dello squadrismo – composizione, organizzazione e cultura delle squadre fasciste.
6. La patria riconoscente – consenso, legittimazione della violenza e appropriazione fascista dei simboli nazionali.
7. Lo Stato che non c’è – debolezza delle istituzioni e atteggiamento dell’esercito.
8. “Ma quale indegna commedia” – la crisi finale dell’ottobre 1922 e la Marcia su Roma.
Seguono le conclusioni, le note e l’indice dei nomi.
Valutazione storiografica
Livello: specialistico/divulgazione storica alta
Approccio: storia politica, militare, sociale e culturale
Taglio: interpretativo
Utilità per la biblioteca: molto alta
Il punto di forza è proprio quello di non raccontare il fascismo partendo dal fascismo. Mondini parte dalla Grande Guerra e dimostra come molti elementi apparentemente nuovi dello squadrismo abbiano radici nella mobilitazione bellica, nella cultura del combattentismo e nella progressiva legittimazione della violenza.